(foto di Nichi, scattata a L'Aquila nell'estate 2010)
“continuerai a farti scegliere o finalmente sceglierai”
(Fabrizio De Andre')
Una calamità naturale è
qualcosa che prescinde dalle nostre povere volontà. E’ qualcosa che prevarica la
speranza nel futuro (meschina, misera o fantomatica). Che annulla la fiducia
nel presente. Dove arriva il palio dei relitti, non arriviamo noi, protagonisti
d’altri mondi schiusi al riccio degli eventi. Infilzati. Come serpi. E se
dovesse servire una difesa senza aculei, suggerirei d’usare le manguste. Da
piccolo mio padre mi raccontava dell’uso di metterne nelle culle coi bambini
per proteggerli a quei tempi in cui Maria aveva già schiacciato la testa del
rettile velenoso, rendendolo ancora più furente. Ecco, un vero e proprio leone
ferito. Le ferite agli uomini non fanno lo stesso effetto. Le ferite spiazzano,
debellano, decapitano la lucidità necessaria a comprendere quale sia la strada
migliore da imboccare. Quella che impedisce di precipitare. Infatti
continuamente c’è chi ci ferisce, e noi sbandiamo. Togliamo i pezzi di vetro
dalle zampe, con pinzette o tenaglie a seconda del danno, e poi ci lasciamo
stringere il cuore da ogni bel vento d’agosto. Caldi, bollenti, non vediamo
altro che il mare, chiusi in un sonno lungo un mese. E quando riapriamo gli
occhi piangiamo il settembre e cominciamo a rivivere l’inferno. Sempre più
feriti e spaventati. L’uomo è un animale come tutti gli altri. Salvo che non fa
conto sull’istinto. E’ semplicemente un animale domato che nasce in cattività.
E fa talmente pena, che non ha nessun problema a viverci, a esisterci, a
procreare. C’è da chiedersi a quale gene corrispondano le sbarre. Congenite,
questo è evidente. Un tizio ultimamente mi ha detto che siamo una specie selezionata.
Che scesero extraterrestri e ci mutarono da bestie semplici in ciò che siamo.
Ecco, magari non è vero. Magari non scesero mai selezionatori
provetti trattandoci più o meno come noi trattammo i canidi. E nel caso avremmo
fatto tutto da soli. Una lunghissima sega. Ecco, siamo frutto di selezione
masturbatoria, di autoerotismo da sbrinamento, di criogenia autodeterminata
degli istinti ritenuti meno pacchiani. Una compagna invece quest’anno sosteneva
che siamo più che altro il frutto di selezione naturale. Darwinianamente
parlando. La genia dei folli assassinò ogni sanità animale. E si riprodusse sul
sangue. E prosperò e via via scacciò quei segni del passato che non ereditammo
più, sostituiti da questa follia distruttiva che brucia e consuma e schiaccia,
domina, massacra, conduce in cattività, lontano, tanto lontano dalla remota
umanità. A me sembra che la vita giochi. Giochi a fare esperimenti. Quello che
già esiste non serve riprodurlo. Quello che già esiste può solo gonfiarsi e
tracimare. Esondare. Farci annegare. C'è una differenza tra
l’essere umano e la formica? Cosa c'è scritto dentro i cromosomi? Leggiamo,
cerchiamo se da qualche parte qualcuno ci promise una possibilità. Una speranza
di abitare altro che formicai. La via s’inerpica lungo certezze in disuso.
Fuori dai tunnel, dalle galere con gli schiavi, dalla logica della catena e
dell’impero. Della colonia. Crollano i ponti. Gli ufo non scenderanno mai, o
mai più. E Darwin è morto senza avere avuto ragione. Ai suoi passi falsi
s’attaccano quei pazzi dei creazionisti. Artisti, è vero, di integralismo e
mistificazione. La genia dei folli, di cui parlava la compagna. O ciò che
dentro combatte disperatamente contro l’anelito, contro quella possibilità
concessa. La pianta viene sopravanzata dai rovi in agosto. Le spine la
feriscono. Lei scarta, si insinua, cerca la luce. La ottiene. Passa la carta
alla sua vicina. La sua vicina scopre un asso. Al fianco ha un re, ed e’
bloccata. Si poggia una mano sul sesso. E decide che masturbarsi è meglio che
niente. Un po’ come Passannante nella stanza sotto il livello del
mare. O un po’ come qualche bestemmiatore professionista, durante l’evento che
cambia il senso del mondo e ne fa un fuorilegge. L’onda si gonfia e la
pianta raggiunge il primo raggio di sole. La terra trema. Proprio in
quell’istante. Tutto da rifare. L’uomo guarda e sceglie. Da un lato
una possibilità sconosciuta, promessa, intuita, remota. Dall’altro arrendersi e
copiare, riprodurre, essere anche lui formica o come
dire… rassegnarsi a ricoprire il ruolo comodo e fatale di calamità
naturale.
