domenica 13 novembre 2011

Cassandra (storia familiare di ruoli e salvezza)


(Growin' up, Francesca Anita Modotti)


Cassandra, a sei anni, aveva gia’ il seno pronunciato che gonfiava la maglietta li’ dove lei presto avrebbe imparato a poggiare la vergogna. Mi scusi, me la regge qui per un poco? Il tempo di affacciarmi dal balcone e far scivolare giu’ sul selciato questi occhiali spessi come il ferro sulla schiena del soldato, e tornero’ a riprendermela. Sempre che da cieca ritrovi la strada. Di lei in paese non si diceva un gran bene gia’ allora, ma presto le cose sarebbero peggiorate. Perche’ il padre di Cassandra aveva un compito preciso nella comunita’, e non era esattamente il compito che uno si sarebbe scelto. O che si sarebbe aspettato. Il padre di Cassandra puliva il culo ai topi quando quelli, per svariata dieta errata, s’ammalavano di diarree e pulci infette. E se ne faceva fregio anche, del suo ruolo istituzionale, appendendo alla porta i fazzoletti di carta e aspettando che fosse il vento a portarli da dove erano arrivati, secondo lui… E cioe’ dal niente. Come dal niente erano piovuti quel lavoro e quella figlia, e tutti gli ostacoli ad un ritorno abbondante fatto di pacchi di pasta e aceto, di spesa che sfonda la busta di plastica e del nome di lei, Cassandra, che altro non gli aveva lasciato come ruolo se non quello. Cosi’ un giorno il padre di Cassandra, mentre rientrava a casa dopo il lavoro, vide la vergogna sulla faccia della figlia. Stava, lei, tesa fuori dal balcone, con la testa in avanti e attaccata alle braccia. La ringhiera pareva essere li li per crollare sotto il macigno di tanta afasia, cosi’ l’uomo spalanco’ la bocca per urlare e alleggerire la scena. Fu in quel momento che vide gli occhiali scivolare. Lo sguardo di sua figlia splendette nel chiaro del meriggio e fu come ritrovarsi coi parenti in cima al bosco, con feste da consumare e parole da scordare e conti da abbonare nell’anno in cui, per differenti sentieri, s’arrampicarono in faggeta e quando giunsero alla radura ci trovarono la loro mamma, che questo era diventata, stesa nell’erba con gli occhi di cera. Cassandra penso’ che a partorirla fosse stato un cipresso. E suo padre penso’ che la moglie fosse diventata una allodola. Ma poi avevano capito che le radure sono abitate da troppi spettri, e che se un soffio di sale gia’ basta a cambiare il sapore di un pasto, allora davvero mangiare la segale o farsi un maiale, non potevano essere casi cosi’ differenti tra loro. Poi gli occhiali precipitarono, come gli eventi, insieme alla vergogna, ai piedi del padre con la bocca spalancata. E Cassandra rise, indico’ col dito l’orizzonte, e sull’orizzonte scorse la madre. E taglio’ il filo a cui l’uomo appendeva i fazzoletti sporchi e rise forte ancora, come a teatro, quando non si capisce una battuta ma il biglietto vale bene la rappresentazione di avercela fatta, di essere come tutti, divertito e arguto. Cassandra indico’ l’orizzonte e il padre capi’ che era tempo di andare. Che i rotoli di carne tenuti a stecca per le volte in cui avremmo potuto averne fame adesso gli sarebbero serviti tutti. Abbraccio’ la scena con le palpebre, come dentro a una cornice. Si gratto’ il mento, sbadiglio’ perplesso e si convinse. 

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