(Foto di Francesca Anita Modotti)
Qualche
volta sei stata bella, nel tuo vestito di paglia e catrame, con le lische di
pesce abbondanti sul cuoio o su fredde esperienze ammarate. Qualche volta sei
stata salvata, dal digiuno, con la pancia piatta per lontani e perduti lidi o
con gli esempi aperti a ombrello, portati come si porta il cappello. Sul
vestito infilatoti a forza, con falsa disinvoltura, qualche volta hai condotto
una guerra di sguardi e di occhi abbassati. Hai pianto, e le lacrime appese al
naviglio hanno scoperto quale assurdo nasconde Milano. Hai pranzato, qualche
volta hai pranzato. E nonostante questo hai conservato per me una pietanza. E
lisciato un piatto nel ventre per offrirmene un giorno, casomai si fosse
salvato del tempo dal nostro passato. Qualche volta sei stata
santificata, in drappi bianchi e azzurri con velli di lana e più sottili panni
di lino. Con figli pescati dal torbido nulla, usciti dal luogo del sesso, da
imeni sfondate a rovescio. Qualche volta sei stata macedone, altre volte a
cavallo col seno mozzato. E tiravi di arco o cantavi al telaio. E cucivi e
scucivi e parlavi e tacevi. Qualche volta hai sposato il primo cane bavoso,
altre volte hai coperto le spalle di pelli pregiate. Sulle laide precoci vie
del meretricio mi hai partorito, e di questo ti ringrazio. Qualche volta sei
stata inutile, ferma e muta sul confine del reame, con le torri di
guardia e le sentinelle ritte e accese, o con i maghi bramosi e rinchiusi in
sotterranei ciechi d’orgoglio. Qualche volta sei stata con me. Altre volte mi
hai lasciato sognare da solo.
