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lunedì 18 luglio 2011

Pirandelliana, ma giusto un po'



(Fotografia di Francesca Anita Modotti)


Chiarchiaro posa gli occhiali d'osso sul tavolo per un attimo e subito col tavolo si confonde. Gli escono ali di legno dal dorso, gli arti sottili s'assottigliano ancor più nella stoffa nera, che pende, pende e poi scivola. Il Tavolo-Chiarchiaro non si inchina, essendo egli non più Chiarchiaro ma nemmeno più il tavolo. Sorride aprendo un cassetto, e dal sorriso beffardo si ingoia il mondo. Il mondo lo riempie ed è come se lo visitasse. Come se lo proiettasse. I coltelli li ha poco affilati, rispetto a come ci si immagina. Sono consumati, rugginosi, fragili. E anche le pezze, uno se le sarebbe aspettate più lise. Evidentemente, tavolo e Chiarchiaro, non erano poi così puliti, da giovani, né così curati . Intanto il mondo si proietta al soffitto e si osserva stupefatto. Si conta addosso giorni che non ricorda affatto, o che finge d'aver dimenticato. C'è la spiaggia di maggio sul litorale adriatico. E due dita e un profilo e due occhi socchiusi. C'è la pioggia di novembre fuori dal portone della chiesa, con la pelle candida di due ragazzini che per la prima volta raccolgono il cielo negli occhi. E ci sei tu, che mi abbracci e ridi, che mi culli come fossi un bambino, perché bambino mi sento ogni volta che poggi la tua mano sul mio viso. Seguimi per questo assurdo mare, ti dico. Anche se ci sono giorni in cui è chiaro come non sia più, io, nessuna cosa che assomigli a quel passato.