(Fotografia di Francesca Anita Modotti)
Chiarchiaro
posa gli occhiali d'osso sul tavolo per un attimo e subito col tavolo si
confonde. Gli escono ali di legno dal dorso, gli arti sottili s'assottigliano
ancor più nella stoffa nera, che pende, pende e poi scivola. Il
Tavolo-Chiarchiaro non si inchina, essendo egli non più Chiarchiaro ma nemmeno
più il tavolo. Sorride aprendo un cassetto, e dal sorriso beffardo si ingoia il
mondo. Il mondo lo riempie ed è come se lo visitasse. Come se lo proiettasse. I
coltelli li ha poco affilati, rispetto a come ci si immagina. Sono consumati,
rugginosi, fragili. E anche le pezze, uno se le sarebbe aspettate più lise.
Evidentemente, tavolo e Chiarchiaro, non erano poi così puliti, da giovani, né
così curati . Intanto il mondo si proietta al soffitto e si osserva stupefatto.
Si conta addosso giorni che non ricorda affatto, o che finge d'aver
dimenticato. C'è la spiaggia di maggio sul litorale adriatico. E due dita e un
profilo e due occhi socchiusi. C'è la pioggia di novembre fuori dal portone
della chiesa, con la pelle candida di due ragazzini che per la prima volta
raccolgono il cielo negli occhi. E ci sei tu, che mi abbracci e ridi, che mi
culli come fossi un bambino, perché bambino mi sento ogni volta che poggi la
tua mano sul mio viso. Seguimi per questo assurdo mare, ti dico.
Anche se ci sono giorni in cui è chiaro come non sia più, io, nessuna cosa che
assomigli a quel passato.
