(Argentina, una detenuta con figlio in un carcere femminile)
Il più
giovane tra gli zii di mio padre aveva una nidiata di figli maschi e ignoranti
cresciuti a volgarità, botte e apologia del fascismo. Io restavo meravigliato
dal quantitativo di improperi che si riuscivano ad ascoltare in quella cucina
dagli odori buoni dove, la sorella di mia nonna, si ibernava in servitù
pacchiane, arresa ai tempi nuovi che non sanno liberarsi dai sensi antichi.
Sulla pagella, quella donna, aveva avuto pochi voti e poco buoni. L'unica
eccezione stava nei numeri accanto a materie dai nomi improbabili già
all'epoca dei miei sei anni. I suoi figli, invece, più prossimi per età a me
che a loro cugino, mio padre, di eccezioni in pagella non ne avevano alcuna.
Tanto che l'unica figlia femmina di quella nidiata, scarsa era sia in parolacce
sia nel resto e forse rimpiangeva quei lavori donneschi che tanto a sua madre
avevano offerto in termini di ruolo. Di giustificazione all'esistenza. L'odore,
dicevo, era buono in quella cucina, e le risate anche. Genuine e portatrici di
un canto grottesco dove valevano meglio i fiori che le spighe di grano. E dire
che il tempo, a quegli esseri, non sembrava cambiato...! Eppure anche i capelli
erano più lunghi di pelate passate e appese dai piedi. A piazzale Loreto
nessuno di loro c'era né c'era stato in seguito, ma della storia e di quei
vezzi, essi avevano una forte memoria, tutta riassunta in obbedisco mal
riposti, in sincerità annullate e declassate a superficiali falsità ormai
congenite, lì dove la naturalezza si confonde con la cultura e lascia gli
esseri al buio del loro destino incombente. Nella cucina dello zio più giovane
tra tutti gli zii di mio padre, tentarono di corrompermi, un'estate, poiché io
non pronunciavo bestemmie e parolacce, tanto da sembrare un marziano a quegli
uomini che con me scherzavano pensando di farlo come il gatto fa col topo. Ecco,
io non pronunciavo volgarità, ma non era per plagio, divieto o per buona educazione.
E' vero che dei miei genitori non ricordo altro che scomunica a quel
turpiloqui, ma è anche vero che consideravo, il mio tacere in quel linguaggio,
un esercizio di potenza. E il riuscire con nessuno sforzo a soprassedere su
nuovi termini a usare i quali mi istigavano, era per me fonte di grossa
soddisfazione. Io potevo, in faccia a quei fasci ignoranti persino del loro
stesso principio di volontà. E potendo esercitavo la mia potenza di individuo.
Così quello zio un giorno mi offerse una banconota in cambio di una bestemmia,
e io gli risi in faccia. Più o meno come facevo coi suoi figli, quando venivano
a ripetizione da mia madre, e rossi di vergogna mi guardavano da basso incapaci
ad accentare al punto giusto un ausiliare, o a distinguere scrivendo una
preposizione semplice da un verbo. Mi somigliavano quegli uomini? Di sicuro era
così, me ne rendevo conto. E tanto di più mi stupiva quella incapacità.
Altrettanto quanto la loro insensata voglia di catturarmi con un mondo fatto di
manifestazioni vuote dei loro tormentoni sterili come rami secchi. Aiutami
mente! l'invocazione che parevano non saper pronunciare. E io sapevo.
Sì che sapevo. Sapevo e potevo. Tanto che a gratis un giorno, come forma di
violenza opposta ad altra violenza, presi un respiro e bestemmiai il dio dei
miei genitori, alla cui chiesa essi mi volevano iniziare. Non fu un raptus,
quel mio primo escremento verbale. Fu una fredda decisione, un cancello aperto,
un sogno cullato non più di un secondo. Come una belva che s'accorga della
giugulare pulsante sul collo della sua preda e degli artigli pronti a scattare.
Mia madre prese consapevolezza di quella potenza espressa con un battito di
ciglia e fece finta di saperla arginare. Ma sicuramente, povera donna, già
intuiva quanto difficile sarebbe stato quel suo figlio senza etica e morale,
consapevole di come gli intrecci cadano dalle sedie senza paglia, e di come a
raccoglierli non vadano che i servi. Oggi si moltiplicano gli strumenti e tutto
resta uguale. Il modo di decidere, il lampo di procedere, la decisione di
avanzare. E' tutto come allora: un battito di ciglia è il tempo che ci vuole
per negare una parola o per violare un tempio. Persino per ammazzare.
