(alcuni desaparecidos argentini)
Mentre viaggi sul treno io ti penso. Hai due
borse di ghiaccio ai ginocchi e perplessa sorridi nel buio. I ricordi si
addobbano a festa e sui sentieri, tra i ciliegi, scendono a valle per il ballo.
Lì, ad attenderli, trovano sterminate distese a erba ruvida invase, terra,
popoli del fango e umido. E sopra, tovaglie quadrate a scacchi bianchi e rossi,
bianchi e grigi, gialli, come il becco di un merlo che vola nel cielo di
Rimini. Adesso è tardi, il tempo stringe. Le pesche maturano in fretta vicino
al camino. E’ già passato tutto questo niente. Dove saremo tra 10 anni, lo
decideremo sul momento come abbiamo sempre fatto. Io galleggio, questa è la
verità. Con lo sguardo che non arriva neanche alla fine della prima onda. La
capacità riconosce se stessa e si spaventa: alzare il mento non è impossibile
ma solo indesiderabile. Calimero aveva un che di noto, di familiare, quando dal
piccolo schermo mi salutava. Nonostante ciò io, barricato dietro il tavolo
grande della cucina, mi riparavo da lui, colpo di mortaio. Eppure nulla
lasciava presagire il massacro. E’ vero, una piccola televisione offriva l’agio
agli spari già dai tempi del fasciatoio. Ma così piccolo fu quel primo schermo,
che forse salvarsi non era impossibile. E poi? Ricordo bene il 78, e la sua
estate. Coi mondiali di calcio in Argentina. Dove distratti dagli urli dei
campioni, alcuni non s’accorsero del massacro segreto. C’era il papa santo,
meglio che quello buono. C’era la nazionale giovane di Bearzot, che lasciava
sperare in una pacifica borghesia. Il presidente della repubblica nasceva dal
sangue di resistenza, ma già portava con sé la gomma a cancellare i futuri
ricordi di battaglie contro l’istituzione. Già ammiccava, imbellettandosi.
Fingendosi amico. Fu facile, insomma, lasciarsi distrarre. Ingannare. Ingoiare
l’amo col desiderio che fosse tutto un boccone prelibato, quella falsità.
Ricordo il giorno d’estate in cui lo schermo s’allargò e divenne a colori. Mio
padre e l’antennista che facevano spola tra casa nostra e il tetto. E si
fermavano poi di regola in salotto. Un salotto caldo di tufo e calce. E di mura
bollenti dell’estate di Puglia. Invasati. Ipnotizzati. Io piangevo, perché volevo
vedere cartoni a colori di cui giusto un momento prima ignoravo l’esistenza. E
loro due mesmerizzati davanti alla partita, a colori anche essa. Mi rendevo
conto che per mio padre non era come col prosciutto. Mi rendevo conto del
limite al quale era giunto. Al quale insieme giungemmo. La prima volta per lui,
la prima per me. E fruirne fu priorità. Ecco il mostro che c’eravamo messi in
casa. Ho visto cancellare ogni rispetto da quel mostro. Ho visto cedere il
passo alla colazione tutti insieme. Ho visto cedere il passo alla
ragionevolezza delle posizioni assunte. Ho visto davvero fare incetta di santi.
Ho visto santificare Moro, santificare Berlinguer. Ho visto santificare persino
suo cugino Cossiga e i suoi carri armati. Adesso mi chiedo, sarà stato un incubo?
Il modello in crescita ringhia. Morde il freno. Urla decrescita e
intanto sogna. Sogna mondiali da vincere ai piedi di un palco, dove bonario un
re sorride, fiero del lavoro a cui fa attendere tutti i suoi sudditi, in
maniera diseguale, come giustizia impone. Dove andrebbe la nostra vita senza
Pablito Rossi? Per fortuna alla scuola di Meccanica della Marina mi hanno
insegnato che se attacchi due elettrodi ai coglioni di un uomo, non lo fai
quasi mai per fargli un favore. Così ti penso mentre viaggi sul treno, di
notte. E scopro che sono anche io in questo viaggio. Attendo. L’ipotesi meno
estrema e più duratura. Quella che non funziona. Poi un giorno mi alzerò, ed
andrò a indossare l’argilla, come fossimo a una sfilata di demoni sumeri,
reietti e superbi. Un prete finge l’orgasmo. Il demone abbandona il corpo che
ha invaso. Il corpo cade inerme. Mai più in vita conoscerà quell’intensità.
Raccolgo il panno floscio da terra. Prima che qualcuno in accesso di necrofilia
lo violenti pensandolo morto, piuttosto che in semplice pausa di presenza.
