(Foto di Francesca Anita Modotti)
Mi placa
questo ultimo sole d'ottobre, che batte sui liquori quand’è mattina e che ci
dorme fino anche al pomeriggio. Miste a muco e promiscuità animali, ad attività
collaterali, le impressioni restano su vertigini inconsuete, su spoglie
d’angeli supposti, non verificati, e sopra pochi eroi, quasi dimenticati. Nelle
stanze arancio della tua infanzia, occupate da una evoluzione di ciò che fu tuo
fratello, sopra il muro c’è una tacca per ogni crepa che ha scolpito nel cuore.
Lui, povero piccolo spacciatore. Io sono già povero di mio, cosa devo
aggiungere a questa dichiarazione? E' un problema se nessuno crede ai poveri?
Se i ricchi, nostri interlocutori necessari dentro a una sciocca dicotomia,
mentono e sono incapaci a realizzare che esiste altro, oltre alla truffa…? Nel
trionfo di lenzuola sudate servirebbe uno scafandro per immergermi a cercarti.
L'immersione dipinge bene la nostra chiesa: una teoria isolata sui colli.
Inventiamoci il modo per passare le ore mentre fuori il reattore impazzisce.
Mentre il mondo esiste. Mentre tutto ci scorre attraverso, ed è già tardi su
questo spigolo del pianeta, a un minuto dal salto. Chi l'ha detto che non stiamo
su di un piatto, pidocchi sulla testa del Battista? Come se quello che vediamo
facesse fede a un metro attendibile di valutazione... come se ciò che non
vediamo, ciò che ci riferiscono, avesse maggiore diritto all'occasione. Ecco:
adesso le Colonne d'Ercole sono sul lato che non pensi, lì dove non sei
arrivato mai. Dove tutto precipita in un colossale impatto col lago infinito di
numeri e quanti. La verità, mentre scivolo da questa cascata, è che posso solo
ammirare. E ne sono felice, è la sola voglia che ho. Voi no? Voi volete altro
che questo momento chiamabile vita? Volete il gioco, il trucco, il segreto
custodito nel ventre di vacca? Ah, se il domani fosse impossibile anche solo da
pensare! Se fosse inimmaginabile. Se fosse come sono le Colonne d'Ercole. Un
mito da superare.
